Archeoturismo: da Roma e Pompei l'80% degli incassi italiani
di Marco Berchi
Esiste in Italia un settore economico che dal 2001 al 2012 sia cresciuto mediamente del 3% ogni anno? La domanda non è folle come parrebbe, dato che la risposta è sì: «I visitatori nei siti culturali di proprietà dello Stato sono stati 29 milioni e mezzo nel 2001 e 36 milioni e mezzo lo scorso anno, con una crescita del 3% medio annuo tra il 2001 e il 2006, una battuta d’arresto tra il 2007 e il 2009 e un ottimo recupero del + 16% (rispetto al 2006) nel 2010 e nel 2011. Un forte calo (- 9,2%) lo scorso anno non ha pregiudicato il trend positivo del decennio». Lo afferma Mara Manente, direttore del Ciset dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il più autorevole centro studi italiano sui temi turistici. Manente ha presentato i primi dati ufficiali 2012 nel corso della XVI Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico che si è svolta a Paestum e che anche quest’anno ha radunato gli «stati generali» del settore, con studiosi, operatori, amministratori e autorità nazionali e internazionali tra cui Taleb Rifai, segretario generale dell’Organizzazione Onu per il Turismo.



Ribadendo che i dati si riferiscono ai soli beni culturali statali, è interessante scavare tra cifre e tabelle. Si scopre anzitutto che, nel decennio trascorso, fra le tre categorie in cui tali beni sono ripartiti — musei, aree archeologiche e circuiti composti da più siti visitabili con unico biglietto —i primi hanno perso il 4,6% di visitatori (da circa 10 milioni e mezzo a 10 milioni), le aree archeologiche sono cresciute del 19,5% (da 15,3 a 18,3 milioni) e i circuiti hanno registrato un vero boom. Infatti questi ultimi erano stati visitati nel 2001 da quasi 3,7 milioni di persone ma nel 2012 hanno avuto più di 8 milioni di visite con un incremento del 118,5%.



Ne consegue che il sistema dei beni culturali statali, sempre tra 2001 e 2012, ha aumentato i propri introiti del 40% arrivando a oltre 113 milioni di euro e ciò grazie in massima parte proprio ai circuiti che hanno generato ben il 44% di quella cifra. Uno dei motivi del boom è legato al fatto che nei 36 circuiti archeologici italiani quasi 3 visitatori su 4 sono paganti mentre lo è solo il 35% di chi entra in uno dei 215 monumenti e aree archeologiche del Bel Paese. Ma conta ancor di più la preferenza del pubblico per offerte integrate e coordinate (biglietto unico, servizi) come quelle, appunto, dei circuiti archeologici.



Roma ne ha un esempio lampante. Nella classifica che mette insieme circuiti e siti archeologici, in testa c’è il Pantheon con quasi 6 milioni e mezzo di visitatori all’anno; al secondo posto però ecco il circuito Colosseo, Palatino, Foro con 5,2 milioni, che precede di gran lunga Pompei, terza con 2,3 milioni di ingressi ma più di 20milioni di euro di introiti. Insieme, queste tre realtà totalizzano il 58% dei visitatori di tutto il mondo archeologico italiano e quasi l’80% degli introiti, ricordando che al Pantheon l’ingresso è gratuito. Dal quarto posto in giù si cambia del tutto scala, con gli scavi di Ostia Antica e quelli di Ercolano che contano meno di 300mila visitatori all’anno seguiti dal circuito delle Terme di Diocleziano, da quello di Caracalla e villa dei Quintili e dalle aree archeologiche di Villa Adriana e di Paestum.



Con il resto del continente non c’è gara, a ulteriore dimostrazione dell’enorme potenziale italiano in questo settore. Se nel 2012 il Colosseo e i Fori sono stati visitati, come detto, da 5,2 milioni di persone, gli unici siti europei paragonabili ma comunque ben staccati sono l’Acropoli di Atene (quasi 1,4 milioni) e l’inglese Stonehenge (1,1 milioni) in cui, come «il Messaggero» ha appena scritto, sono appena stati investiti 32 milioni di euro per nuovi servizi ai turisti.

A Paestum il sottosegretario con delega al Turismo Simonetta Giordani ha annunciato il varo «entro l’anno» di «Valore Turismo». «Sarà un pacchetto di misure» ha detto Giordani «destinate a riformare le politiche turistiche con maggiore coordinazione e sinergia tra i soggetti istituzionali, aggregazione delle molte filiere con pacchetti integrati che permettano una vera e propria «esperienza» della cultura italiana e con grande apertura all’innovazione digitale».
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